Il DNA ha la forma di una doppia elica avvolta su se stessa, una catena di mattoncini in cui sta scritto chi siamo, da dove veniamo e cosa ci succederà. Più o meno.
Tralasciando le derive scientiste e tenendo quanto più possibile dritta la barra della razionalità illuminista in questo mondo tempestoso, la tentazione di affidarsi a questa definizione per pulirsi la coscienza è forte.
Ingrassi? È colpa della genetica. Sei tecnolesa? È il DNA. Sei una stronza? Genetica, certo.
Così è un comodo fare spallucce quando ti rendi conto che un tuo aspetto collide con l'idea di come dovresti essere, pensi di strigarla bene mentre invece ti aggrovigli nella doppia elica e inizia a girati la testa. Già, perchè non sei una monade (ahimè) ma hai una storia prima di te, hai delle radici affettive, hai un vissuto emotivo che ti incastrano quando nella tua pigrizia, nella tua carne molle, nella tua incapacità di relazione ritrovi l'eco di ciò che hai vissuto con fastidio.
C'è poco da scappare, c'è poco da dare la colpa al DNA quando vedi che con tutto il tuo odio adolescenziale tirato per le lunghe fino all'età adulta hai assimilato tanto profondamente gli aspetti che detestavi nei tuoi modelli adulti che eccoli, ce li hai dentro, sono te.
Tu sei loro.
Allora provo a capire, più a cercare di nuovo alibi e giustificazione, se forse non sia una nefasta influenza esterna, ovvero quelle che chiamano catene transgenerazionali.
Aver vissuto atteggiamenti e situazioni, per quanto detestati, te li fa rimanere appiccicati addosso finchè non diventano il tuo abito.
Il punto di non ritorno, quello che probabilmente nella concezione comune sancisce il passaggio all'età adulta, è la piena comprensione, l'accettazione e la giustificazione delle cose che nei tuoi genitori ti hanno più ferito facendoti pronunciare degli epici "Io non sarò/farò/dirò MAI così".
Poi una mattina ti svegli e ti interroghi se sia il DNA o la (mal)educazione affettiva che ti fa flirtare fino a tarda notte solo per sconvolgere un po' la quotidianità.
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