domenica 5 settembre 2010

Questo post è molto triste

Come se gli altri, finora, avessero fatto sbellicare dalle risate....
Oggi ho estirpato i miei iris, uno ad uno, iniziando dalla ciottola di cemento sulla collinetta e finendo con quelli nascosti sotto il pino vicino alla fontanella.
Ogni colpo di vanga, ogni stolone scosso dalla terra è stato un colpo di vanga nel cuore, uno strappo nella memoria.
Ecco, via quell'angolo della pietraia vicino al cancellone di ferro azzurro arrugginito in cui mi rifugiavo sempre a piangere.
Via l'altalena da cui mi lanciavo dopo aver preso abbastanza velocità da spiaccicarmi sui lecci di fronte; via il cunicolo nascosto dietro lo scivolo della legnaia dove avevo trovato quella che chiamavo la lancia romana.
Cancellato il piazzale di fronte al forno, dove volai con i pattini atterrando di osso sacro, che ad ogni cambio di stagione si fa sentire: c'è chi lo sente dalla vecchia storta alla caviglia, io lo sento dal culo...
Via i 17 scalini di legno sospesi che portano in casa mia, quelli che facevo tre a tre tornando da scuola e mi sentivo anche tanto ganza; via il muretto di pietre grezze, quello su cui stava seduto zio Isio a fasciarsi con bende elastiche le gambe perchè soffriva di vene varicose, come quella volta che gli corsi incontro e fermai il mio polso sulla sua sigaretta incandescente: ho ancora una macchia da leopardo, proprio dalla parte dell'ulna.
Cancellato il cespuglio di calle vicino a cui zia Giannina teneva una ciottola e una bocca smaltate di bianco con un rigo blu per far bere i cani (all'epoca Dick e Piccino), proprio lì dove una vespa, attratta dal profumo zuccheroso della Fruittella alla fragola che mi ero spalmata ovunque, decise di atterrare sulla punta del mio mignolo. 
Un altro colpo di vanga ed ecco che scompare l'odore forte di catrame del mucchio delle traversine di legno della ferrovia, che d'estate di mescolava con quello dolciastro del cisto.
E avanti, colpo dopo colpo, stolone dopo stolone, a recidere radici; e dopo, cercare di ripiantarle sperando che attecchiscano in un triste vaso di plastica.
Ero ancora lì, stasera alle 20, e mamma mi ha detto: "lascia stare, tornerai poi a prenderli".
Ma ho pensato che dover chiedere il permesso per entrare in quello che è stato il mio giardino sarebbe stato davvero troppo troppo triste.



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