La cosa migliore è camminare. Dovremmo seguire il poeta cinese Li Po «nelle fatiche del viaggio e nelle molte diramazioni della via». Infatti la vita è un viaggio attraverso un deserto. Questo concetto, universale fino alla banalità, non avrebbe potuto sopravvivere se non fosse biologicamente vero. Nessuno dei nostri eroi rivoluzionari vale un soldo finché non ha fatto una buona camminata.
Che Guevara parlava della «fase nomade» della rivoluzione cubana. Guardate cosa è stata la Lunga Marcia per Mao Tse-tung, o l'Esodo per Mosè. Il moto è la migliore cura della malinconia, come sapeva Robert Burton (l'autore di The Anatomy of Melancholy). «I cieli stessi girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l'aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano ... per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento». Uccelli e animali hanno tutti un'orologeria biologica regolata dal passaggio dei corpi celesti. Questi sono usati come cronometri e sussidi per la navigazione. Le oche migrano obbedendo agli astri, e alcuni scienziati comportamentali si sono finalmente accorti che l'uomo è un animale stagionale. Un vagabondo che ho incontrato una volta ha descritto benissimo questa involontaria coazione a girovagare: «È come se le correnti ti tirassero lungo la strada maestra. Io sono come la sterna artica. È un bell'uccello bianco, che vola avanti e indietro dal Polo Nord al Polo Sud».
La parola «rivoluzione», tanto offensiva per i persecutori di Galileo, era usata in origine per denotare il passaggio ciclico dei corpi celesti. La gente, quando si ostacolano i suoi movimenti geografici, aderisce a movimenti politici. Quando una dirottatrice rivoluzionaria dice: «Io ho sposato la Rivoluzione», parla sul serio. Perché la Rivoluzione è un dio liberatore, il Dioniso del nostro tempo. È una cura per la malinconia. La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.
Così scriveva Bruce Chatwin, una delle mie folgorazioni adolescenziali, in Anatomia dell'irrequietezza nel 1970.
E allora cammino. Ho ripreso la mia routine di camminare forte per far tacere i gorghi inutili del pensiero, per placare le ferite autoinflitte del ragionare a vuoto e far emergere dalla pula dell'autoreferenziale piangersi addosso il buono dei pensieri creativi.
E magari si riesce anche a mettere in moto una Rivoluzione, marciando ancora.
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