Paolo Conte stamani mi sussurrava piacione “via, via, vieni via con me/ niente più ti lega a questo posto/ neanche questi fiori azzurri” e io ho pensato che devo trovare casa ai miei iris.
È il mio fiore preferito, rustico che lo puoi trovare al bordo di un fosso di campagna qualsiasi, eppure così delicato nei colori e nelle forme sensuali.
L'unica aiuola che abbia mai curato è stata quella degli iris, un ovale spreciso in mezzo al prato di fronte casa, una posizione anche un po' infelice per cui avevo estirpato due gigli della mia mamma provocandone l'immediata trasformazione in una Erinni.
Inizialmente ne avevo un ciuffo bianco candido e uno viola-blu, i classici. Poi in uno dei miei vagabondaggi nell'orto botanico di Pisa il primo anno di università, quando cercavo di fuggire al casino delle matricole e alla competizione sfrenata nascondendomi tra i bambù grossi come lecci, rimasi incantata da una fioritura che non avevo mai visto prima: iris di tutte le forme e tutte le sfumature.
Dovevo avere un'espressione particolarmente estasiata, o i custodi dovevano aver notato che da una settimana passavo l'ora di pranzo in contemplazione ascetica su una panchina davanti agli iris, fatto sta che un giardiniere che sistemava le aiuole me ne regalò una decina di stoloni.
Ora languiscono un po', tra l'ovale infestato di erbacce e una ciottola di cemento troppo in ombra per farli fiorire. E devo trovar loro una nuova casa, visto che io non ho neppure un davanzale per far prendere aria ad un vaso di basilico, mamma va a stare in un palazzo del '200 e babbo ha deciso di ritirarsi in eremitaggio.
In verità vorrei portare via da qui anche il rovere che cresce davanti al terrazzo, quello che in tarda primavera dissemina il ghiaino di bacche legnose, rosse irregolari e appiccicose che ti ritrovi regolarmente incastrate sotto le ciabatte ogni volta che esci; e il salice piangente che ha piantato lo zio Toperincio quando si è trasferito qui e ora è alto quasi quanto il tetto; e l'acacia orrida di cui mamma prese di nascosto una piccola talea ai giardini Hambury (anni dopo si è vendicata, l'acacia, infilzandole una gamba con una spina di 10 cm) e ad aprile esplode in una fioritura così intensa e profumata che se stai sotto le fronde per più di dieci minuti ti gira la testa; vorrei portare via il melograno che stava a guardia del vecchio orto dello zio Isio, le piante di cisto e nepitella che odorano forte sotto il sole nella pietraia vicino allo stagno, e dallo stagno tutti i bischeri di padule; vorrei portare via gli arbusti di erica dolce che sono nella parte più folta della macchia, quelli sotto a cui cresce la borraccina più lanosa e chiara; i due cedri del Libano, sentinelle spelacchiate a dispetto della mole, perchè i pini gli hanno sempre tolto spazio e luce.
E vorrei portare via il glicine che si è avviluppato sulla tettoia del garage trasformandolo ogni primavera in tripudio di grappoli tanto profumati quanto infestati di bombi, ma lo lascerei a casa della zia Elia, per farle trovare ogni mattina un ramo fiorito come d'abitudine.
Intanto domani devo trovare un triste vaso di plastica in cui relegare i miei stoloni per lasciarli parcheggiati da mia suocera, ammesso che sopravvivano, finchè non riuscirò ad avere un piccolo giardino o un davanzale in cui immaginare di veder prosperare tutti i miei alberi che lascio qui.
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