domenica 22 agosto 2010

Svuotare

Sto svuotando la mia casa dell'infanzia.
Il trasloco che avevo fatto quando sono andata a convivere con il mio fidanzato è stato talmente diluito nel tempo e minimalista (giusto i vestiti della stagione, i libri, ma non tutti, niente foto, niente ninnoli...) che quasi non l'ho sentito; o forse era tale l'entusiasmo del cambiare aria, della convivenza, che non mi sono soffermata sull'aspetto del distacco.
Del resto non c'è mai stato un vero distacco dato che comunque, per non cadere troppo preda del senso di colpa sottilmente instillato dalla Mamma Italiana (“non vieni mai, non ti fai mai sentire, figlia degenere”) spesso ero qui il fine settimana o appena c'era bisogno.
In realtà sempre meno di frequente, per molti motivi.
Il fondamentale è che vivendo con il mio compagno mi sono costruita un ambiente domestico che è e deve mantenersi il più possibile la nostra oasi, il nostro porto nella tempesta, per cui cerchiamo sempre di affrontare le nostre beghe e i nostri malumori parlandone con calma, senza aggredirci a vicenda solo per scaricare il nervoso. Non dico che sia sempre possibile, il mio carattere plasmato da circa 30 anni di violenza verbale continua non si cambia schioccando le dita. Però ci proviamo; questo cambiamento di stile verbale (che necessariamente si è riflettuto in un cambiamento di atteggiamenti) ha provocato però una totale incapacità a gestire, o anche solo sopportare il modo di comunicare che hanno i miei genitori, ovvero una tensione continua tra la caustica battuta e la lite violenta.
Così ho iniziato semplicemente a non farmi più vedere adducendo scuse varie (ho la sessione estiva degli esami, il progetto è in scadenza e devo farmi il mazzo, parto per New York, m'ha preso foco il parquet....).
Poi hanno venduto la casa.
Doveva succedere.
Ed è successo.
E così da circa tre mesi cerchiamo di fare il trasloco mentre la nuova casa non è ancora pronta e con tutte le difficoltà che comporta svuotare una casa di 200 mq stipata con 40 anni di roba, amplificate dal vizio di mia madre di NON BUTTARE VIA NIENTE e guai a buttare qualcosa anche se palesemente è ingiovibile. Ma detto così non rende l'idea: anche io mi affeziono alle cose, per il ricordo che portano con sé. Oggi ho passato quasi tutta la giornata pigiata in due soffitte per svuotarle, tirando fuori l'impossibile tra cui: una raccolta completa di riviste di puericultura degli anni '70, alcune ancora incellophanate; un vaso con fossili di funghi secchi del pleistocene; sussidiari delle scuole elementari dei miei zii paterni (il più giovane è del '32); appunti presi alle riunioni in Federazione di quando il mio babbo era assessore (tra il 1970 e il 1974); varie paia di scarpe di ignoto padrone; sono riuscita a trovare anche una scatola di cartone piena di cosmetici e saponi dei tardi anni ottanta. E naturalmente la sola proposta di buttare tutto in blocco ha suscitato le peggiori sceneggiate...
Cerco di sorridere, di trovare un lato comico, ma la verità è che ogni giorno passato a demolire questa casa è come tirarsi via un pezzo di viscere a mani nude. Forse perché parallelamente alla dismissione dell'abitazione procede lo smantellamento della mia famiglia: un giorno sono scomparsi i miei zii, le case tutte chiuse e silenzio intorno, poi l'erbaccia ha iniziato a invadere i giardini, poi i miei hanno iniziato a smettere di litigare.
E lì ho capito che è proprio arrivata la fine.

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